Assemblea permanente del clero. Quattro laboratori in un clima di ascolto e condivisione

Il cammino della Assemblea permanente del clero entra nel vivo con il dibattito sui temi all’ordine del giorno scaturiti dalla consultazione del presbiterio e dalla prima riflessione comunitaria della stessa assemblea. Per favorire la partecipazione di tutti i presbiteri e venire incontro alla particolare sensibilità di ognuno l’assemblea del giorno 28 gennaio si è divisa in quattro laboratori tematici e poi per dare l’opportunità a tutti di riflettere su tutti i temi trattati nelle due sessioni dell’undici e diciotto febbraio, dopo le rispettive relazioni dei segretari dei laboratori si è avuto lo spazio per un ampio confronto comunitario nell’aula magna del seminario.

Giorno 11, dopo la meditazione di don Giovanni Stracquadanio su “Voi chi dite che io sia” che ha invitato i presbiteri a ricollocarsi sempre nella dimensione della confessione della fede del Cristo come unico senso e fondamento della vocazione si è passati al vaglio dei primi due laboratori. Fra Emanuele Cosentini ha illustrato i risultati del primo gruppo dal tema: “La sfida della solitudine del presbitero, valore o sofferenza, risorsa o limite?” mentre don Sergio Boccadifuoco ha illustrato i lavori del secondo gruppo: “La sfida dell’unione con Dio tra difficoltà e desiderio, come alimentare la costanza?”

Si è constatato che in fondo le due tematiche vanno insieme perché per il presbitero l’unico modo per far sì che la solitudine non diventi isolamento è una vita vissuta in intimità con Dio che poi diventa lo stimolo per una vera apertura ai fratelli nella gratuità. Questo fa sì che lo stesso celibato sia vissuto con pienezza affettiva e come condizione perché il presbitero sia veramente l’uomo libero in cui ogni membro della comunità a lui affidata possa trovare ascolto e accoglienza. Per far ciò si è ribadito l’impegno per un serio cammino di formazione umana che parta dal seminario ma che continui anche dopo in uno stile di vita spirituale “ordinato” e vissuto in una esperienza di fraternità gioiosa anzitutto nel presbiterio che è la “casa” vera di ogni sacerdote dove si può e si deve sperimentare l’appoggio fraterno anche nei momenti di difficoltà. Ma per far ciò bisogna sempre fare un cammino di conversione che ci faccia superare diffidenze e pregiudizi tra presbiteri e magari osare nuove forme concrete di comunione. Giorno 18, don Mario Gugliotta ha aiutato l’assemblea a riflettere sull’invito di Gesù “Io sono la vite, voi i tralci…rimanete in me”. La comunione con Cristo, il rimanere in lui è infatti la condizione essenziale del presbitero per fruttificare nel suo ministero. Subito dopo si è passati all’esame delle conclusioni degli altri due gruppi di studio. Don Andrea Pitrolo ha riferito sul terzo laboratorio: “La sfida dell’identità sacerdotale nella relazione con i fedeli (praticanti, non praticanti e praticanti occasionali) quali modalità di incontro?” e Fra Bernardo de Jesus sul quarto: “Le sfide della modernità, quali e come rispondere?”. Negli interventi si è concordato che non si può ridurre il prete ad un funzionario che vive un ruolo predefinito ma che la compassione pastorale del presbitero, specie del parroco, deve saper cogliere ogni occasione per venire incontro alle esigenze del gregge, spesso e sempre più delle pecorelle smarrite, per cui ogni occasione può essere buona, dal rilascio di un certificato allo stare accanto nei momenti particolari delle famiglie, quali funerali e malattie, per dire una parola di speranza e invitare a riorientare la vita verso Cristo. Considerando questo in fondo la classificazione tra praticanti e non praticanti può e deve venir meno perché quello che deve contare è l’attenzione verso il destinatario e la categoria fondamentale è quella del battezzato. In questa dimensione si è concordato sulla esigenza che il presbitero si faccia “contemporaneo” del mondo di oggi e dei fratelli che lo abitano, certo con uno sguardo critico verso la modernità e la secolarizzazione (di cui in ogni caso anche noi siamo figli e ne subiamo gli effetti) senza preclusioni negative ma anzi con lo sforzo di saperne cogliere anche le positività innegabili. Per far ciò certo si sente la necessità di avere strumenti e una formazione adeguata che ci aiuti a leggere la complessità della modernità ed eviti (tentazione purtroppo ricorrente nei presbiteri e in tanta parte del laicato) di cercare rifugio in forme di pietas passate, pena la incapacità a dialogare con le persone che vivono nei problemi quotidiani e la irrilevanza delle nostre proposte pastorali. I numerosi interventi in aula, in entrambe le sessioni hanno rilevato la soddisfazione di tutti i presbiteri per la scelta dei laboratori che hanno dato a tutti l’opportunità di esprimersi e di essere ascoltati. E in verità il clima di ascolto e di condivisione, al di là degli stessi argomenti, che ha spinto tanti sacerdoti a comunicare prima che idee la propria esperienza e il proprio vissuto personale è il vero risultato di questo cammino sinodale del presbiterio netino che sta recuperando con gioia il gusto dello stare insieme e del dialogare.

di Ignazio La China

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