PER RENZI ESAME DI RIPARAZIONE

Editoriale del 14 Maggio 2017

La rielezione di Matteo Renzi a Segretario del Partito democratico era data da tutti per scontata; non altrettanto prevedibile era la consistente partecipazione degli iscritti e dei simpatizzanti alle primarie del 30 aprile scorso. Specialmente dopo la disastrosa -per molti, provvidenziale- scissione che ha visto l’uscita dal partito di taluni esponenti storici, tra cui Bersani e D’Alema. Una scissione che sicuramente ha indebolito il Partito democratico, specialmente in quelle aree geografiche dove i dissidenti sono fortemente radicati, ma che, in cambio, potrà vederne accresciute le qualità di compattezza e unità. Ora l’attenzione si sposta sul dopo primarie, anche perché in un momento storico in cui l’offerta politica è carente e poco qualificata, si avverte maggiormente il bisogno di avere partiti e formazioni politiche su cui poter fare affidamento. E su questo fronte, non vi è dubbio, che i partiti, compreso il PD, con la loro storia, la loro struttura, continueranno a costituire uno dei punti fermi del nostro sistema democratico. Nell’interesse, quindi del Paese e del progetto europeo, è auspicabile che il Partito democratico riesca a trovare la volontà e la capacità  di riscoprire le proprie origini e di realizzare la missione per la quale è stato fondato nel 2007. Origini e missione che già in altre occasioni abbiamo messo in evidenza. “Un soggetto politico di sinistra liberal-sociale, aperto a ogni specie di riformisti, credenti e non credenti“, così come lo vedeva Luigi Sturzo nel suo “Appello ai liberi e forti” del 1919 e una missione che può dedursi dalle conclusioni contenute nel Manifesto per il Partito democratico del dicembre 2006: “Per noi democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro Paese”. Gli occhi ora sono tutti puntati su Renzi, chiamato ad un vero e proprio esame di riparazione. Dopo essere stato per “due volte sull’altar”- eletto nel 2013 e rieletto segretario nel 2017 – e una volta “nella polvere” – sconfitta al referendum e dimissioni da premier e segretario – sarebbe veramente da stolti cadere, per gli stessi errori, la seconda volta. Chi gli è stato vicino in questi ultimi giorni racconta di averlo visto “cambiato, più dialogante e inclusivo” e Renzi stesso, commentando a caldo la sua rielezione, ha previsto “un nuovo inizio e una pagina bianca tutta da scrivere”. Con l’uscita dal partito della corrente più conservatrice, ancora ideologicamente ancorata a vecchi schemi, specialmente in materia di economia e lavoro, oggi dovrebbe essere più agevole, per il partito di maggioranza relativa, proporre a tutte le forze che hanno a cuore il bene del Paese, quel progetto riformatore iniziale con il quale si voleva “cambiare verso all’Italia”. A partire da quelle riforme costituzionali e dalla riforma elettorale, presentate nel modo peggiore da Renzi, ma ritenute dai più necessarie per ammodernare lo Stato e per assicurare la governabilità del Paese. È presente, infatti, in tutti il rischio di andare incontro ad un altro periodo di ingovernabilità se non si approverà una legge elettorale che dica chiaramente, a conclusione delle votazioni, così come è avvenuto in Francia, chi ha vinto e chi ha perso. La ripresa di quel progetto riformatore, fortemente ostacolato dalle minoranze interne, oltre che dagli avversari, può rappresentare oggi un valido punto di partenza per un più ampio confronto e dialogo con tutte le forze politiche disposte a guardare al futuro e affrontare insieme i guasti provocati sull’economia e sul mondo del lavoro dalla globalizzazione e acuiti dalla crisi economica iniziata nel 2008. Senza il più ampio coinvolgimento di forze politiche sinceramente interessate alle sorti del Paese, difficilmente  potranno affrontarsi gli effetti delle mutazioni epocali, immigrazioni su tutte, che hanno concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e che hanno reso il lavoro sempre più precario, specialmente in un periodo di rarefazione delle risorse economiche e di sempre crescenti situazioni di povertà. Pino Malandrino     

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