Cosa sappiamo di "Blue whale"?

Blue Whale (la balena azzurra) è il nome del nuovo macabro gioco che, secondo alcune notizie provenienti dalla Russia, coinvolge numerosi adolescenti, conducendoli alla morte. Si tratta di una sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove in cinquanta giorni, fino all’atto estremo di togliersi la vita. Le notizie provenienti dalla Russia parlano di circa 157 suicidi avvenuti tra ragazzi, adescati via web da un “tutor”, che per tutto il periodo del “gioco” impone loro regole di comportamento autolesionista. Un crescendo, fino all’ordine finale: “ucciditi!”. L’ideatore, arrestato in Russia, non sembra mostrare alcun tipo di pentimento; anzi, ha affermato di aver spinto questi “scarti biologici”, menti facilmente manipolabili, per purificare la società. E ha aggiunto: «per la prima volta avevo dato loro quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza». La polizia postale italiana parla di circa cinquanta casi sospetti, da approfondire, forse riconducibili a questo fenomeno. Occorre, infatti, stabilire se si tratta di un fenomeno emulativo o se dietro questi episodi, non si nasconda effettivamente una mente criminale. Non va, infatti, assolutamente sottovalutata la psicosi che si è creata a partire dall’informazione feroce e selvaggia propinata in lungo e in largo nelle ultime settimane. Fake (bufala), montatura mediatica, o fenomeno realmente esistente? Blue whale pone una questione che non può essere taciuta: l’adolescenza è l’età della speranza, ma al tempo stesso, è segnata da una grande vulnerabilità. L’adolescente è smarrito, preoccupato e mentre muove i passi in questa fase così delicata della sua vita, si ritrova privo di punti di riferimento e si trova da solo ad esplorare il suo sé e il mondo che lo circonda. Dove sono gli adulti? I giovani li avvertono distanti, incapaci di comprendere le loro difficoltà, il loro disagio emotivo; è risaputo, in fondo, che il disagio giovanile si salda con l’emulazione ed è su questo che bisogna porre la massima attenzione. Occorre cogliere i segni anche minimi di malessere, le manifestazioni di autolesionismo, ma prima di tutto, occorre rinsaldare un’alleanza tra le diverse agenzie educative coinvolte nel processo di crescita delle nuove generazioni (famiglia, scuola, associazioni, parrocchia, educatori…). Promuovendo, altresì, percorsi di crescita, di confronto, di ascolto attivo delle paure, dei dubbi e dei desideri dei ragazzi, dando voce al loro disagio e accompagnandoli nel rintracciare le risposte adeguate alle loro istanze più profonde. Scaricare la colpa su internet è troppo semplice (per non dire scontato). Dialogare con i figli, offrire strumenti e servizi di supporto psicologico più efficaci nelle scuole, dedicarsi seriamente ai giovani, è certamente più efficace che cercare capri espiatori o giocare alla caccia alle streghe. Certamente, questo non basta per risolvere tutti i disagi delle nuove generazioni; ma il vero Blue Whale, non è il folle piano di un uomo senza scrupoli o una macchina di orrore e di morte, l’estremismo 2.0 pubblicizzato e spettacolarizzato sulla rete. Il vero Blue Whale è l’assenza di adulti nella vita dei giovani. Troppo spesso si parla di giovani. E’ giunto il momento, prima che sia troppo tardi, di parlare con loro!

Daniele Lauretta

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