Quasi una dichiarazione di resa

Duole constatare come fra le forze politiche e, in particolare, fra quelle chiamate a responsabilità di governo, si stia affermando il convincimento che di fronte alle tante difficoltà che si incontrano nella soluzione dei problemi, le uniche due strade percorribili siano quelle del rinvio delle decisioni e del ricorso alle elezioni anticipate. Neppure gli eventi negativi che, con sempre più frequenza, accadono sotto i nostri occhi, riescono a fare prendere coscienza del danno che viene al Paese dalla mancata realizzazione delle riforme e, in generale, dalla mancata attuazione di quei provvedimenti finalizzati a prevenire o ad affrontare il verificarsi di eventi dannosi. Non soltanto quelli derivanti dalla violenza degli agenti atmosferici – non sempre prevedibili e governabili – ma anche quelli che originano dalle tante crisi aziendali, causate da politiche economiche inadeguate. L’acqua alta che sommerge Venezia, i torrenti che tracimano e travolgono auto e persone; ma anche la crisi dell’ILVA, uno dei colossi dell’industria dell’acciaio, quella dell’Alitalia, la gloriosa compagnia aerea italiana, da anni in agonia; così come le tante attività produttive che ogni giorno chiudono i cancelli, sono tutti eventi che dovrebbero fare prendere coscienza della necessità di intervenire prontamente e senza tentennamenti. Nel numero precedente rilevavamo come senza un disegno di riforme istituzionali e politiche adeguate, l’Italia è, oggi, il Paese più a rischio in Europa. Un concetto relegato, oramai, nell’archivio delle belle idee. Tutte chiacchiere, si sente spesso ripetere, “gli italiani non mangiano con le riforme!”. Una pericolosa china, questa, che se serve a conquistare qualche consenso in più, rischia di portare il Paese alla rovina, come, di fatto, sta accadendo. I bollettini che vengono emessi ogni giorno dagli istituti specializzati in ricerche sociali, parlano di un’Italia che non cresce e, perciò , non crea occasioni di lavoro; di giovani che fanno la valigia e vanno in cerca di fortuna; di famiglie che si frantumano anche a causa delle difficoltà economiche. Ai responsabili della cosa pubblica, maggioranza e opposizione, si chiede di mettere da parte, almeno per qualche tempo, le beghe che li dividono, per concentrarsi nella realizzazione di quei provvedimenti che interessano il Paese intero e non soltanto la propria “bottega”. Oggi paghiamo il prezzo della mancata manutenzione degli argini dei fiumi e dei torrenti, della mancata messa in sicurezza delle strade dalle frane, della mancata prevenzione dalle inondazioni e dall’alta marea. Opere, tutte che, se realizzate, avrebbero avuto una benefica ricaduta anche in termini di lavoro. Lo stesso discorso vale per la mancata riforma della pubblica amministrazione, che è causa della dilagante corruzione e della fuga degli industriali; della mancata riforma della giustizia, che è causa della prescrizione di molti reati per la lunghezza dei processi e che costringe molti imprenditori economici a scappare dall’Italia; anche della mancata riforma fiscale, che è causa di un’alta evasione e di eccessiva tassazione per chi paga le tasse. Chiamate ad affrontare questi problemi, le forze politiche, anche quando si sono trovate al governo – tutte hanno fatto questa esperienza – hanno preferito mettere al sicuro piccoli provvedimenti di marca elettorale. È accaduto, per parlare degli ultimi governi, con il Conte 1 che viene ricordato per il reddito di cittadinanza e quota cento; sta accadendo con il Conte 2, che, impaurito dalle proteste della piazza, ritira o rimaneggia le proprie decisioni in materia fiscale o ambientale. Non possiamo indignarci e poi dimenticare! Dobbiamo essere più critici e esigenti nei confronti dei nostri politici. Anziché farci abbagliare da espressioni suggestive e propagandistiche, dobbiamo fare sentire forte la nostra voce perché portino a compimento, senza rinvii, gli impegni assunti. Se le legislature durano cinque anni, le elezioni anticipate, sempre più spesso invocate, non possono diventare il pretesto per fuggire dalle responsabilità. Dobbiamo pretendere che, chi si propone al governo del Paese, abbia una competenza ed uno spessore etico e morale fuori dall’ordinario.  

di Pino Malandrino

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