Uno scatto di maturità e responsabilità

Pretendere miracoli da un governo che ha ottenuto la fiducia del Parlamento soltanto venti giorni fa, è troppo. Chiedere che dia qualche segnale in più di vitalità, è più che lecito. Si ha l’impressione, infatti, che il secondo governo Conte -che sul piano costituzionale è speculare al primo- non abbia ancora ingranato la marcia giusta per camminare spedito. Le due forze politiche -il PD e i Cinquestelle- che, da nemici giurati, formano oggi la compagine di governo, si sono limitate, fin’ora, a fare qualche timido annuncio. Condizionati dalle rispettive esperienze negative vissute, sembrano spaventate di commettere qualche errore, consapevoli che da un fallimento di questo estremo tentativo di salvare la legislatura, avrebbero entrambi tutto da perdere. Conte stesso, nel suo discorso programmatico al Parlamento, ha voluto fissare subito le regole di comportamento. «Io e i miei ministri -ha detto letteralmente- prendiamo l’impegno a curare le parole, usare un lessico più consono e rispettoso delle persone, della diversità delle idee. Ci impegniamo a essere pazienti anche nel linguaggio, misurandolo sull’esigenza della comprensione; la lingua del governo sarà una lingua mite, perché siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole». Giuseppe Conte sente ancora sulla pelle gli effetti negativi dei quattordici mesi d’inferno vissuti con i suoi due Vice Presidenti: Salvini e Di Maio. Quattordici mesi di litigi, insulti, accuse che hanno nociuto enormemente al Paese e ai cittadini. Non solo non si è risolto il benché minimo problema, ma in quattordici mesi si è lasciata aggravare la situazione economica e sociale. L’iniziativa di Salvini di aprire la crisi è sembrata, così, per Conte un vero e proprio miracolo. 

In un solo colpo non solo si è liberato di un leader politico scomodo, arrogante e scorretto, che spesso ha abusato dei suoi poteri per sostituirsi al Presidente del Consiglio, ma ha anche ottenuto il risultato, non meno provvido, di ridimensionare le velleità di Di Maio, che forte della sua leadership, lo condizionava in ogni sua azione. Avere, per esempio, potuto riaprire e presiedere un unico tavolo con le forze sociali -imprenditori e sindacati- è stata per Conte una vera e propria riappropriazione dei suoi poteri. Nell’esperienza precedente, infatti, aveva subito anche l’onta di vedere i suoi due Vice trattare autonomamente con i sindacati, come se ci fossero non una, ma tre linee economiche del governo in concorrenza tra loro. Ora tutto sembra rientrato nella normalità, almeno sotto questo profilo: ognuno sta al suo posto e l’Italia ha potuto recuperare la considerazione, con notevoli vantaggi, in campo internazionale. E anche la “partaccia” di Renzi che, per fare un suo partitino, è uscito dal PD dopo avere propugnato la nascita del governo “giallo-rosso”, sembra essere stata ammortizzata. Oggi il nostro Paese partecipa più agevolmente ai tavoli con gli altri paesi europei, tratta alla pari e ha conquistato, perfino, la presidenza della commissione europea più prestigiosa, quella degli affari economici. Anche lo spread, croce e delizia del nostro debito pubblico, ha intrapreso un percorso virtuoso al ribasso. E in più -cosa non da poco- il nuovo clima politico (il dialogo, non la paura) ha indotto gli altri paesi a riaprire il discorso -checché ne dica Salvini- sulla redistribuzione in Europa degli immigrati che sbarcano in Italia. Tutti questi fattori positivi richiedono uno scatto di maturità e responsabilità, per passare dagli annunci alle realizzazioni. Essere cauti è un atteggiamento saggio, permette di affrontare meglio i problemi; la paura di sbagliare e quindi l’immobilismo, è un difetto. Occorre pensare e agire con la consapevolezza che i problemi sono tanti -la manovra finanziaria, il blocco dell’IVA, la riduzione delle tasse, il rispetto dell’ambiente, le crisi aziendali, il mezzogiorno e via dicendo- e che per risolverli si debbono prendere decisioni rapide e coraggiose, che tengano conto, ovviamente, della limitatezza delle risorse a disposizione. Puntando su quel “riformismo mite e determinato” delineato dal Premier Conte e che potrebbe costituire la vera carta vincente. 

di Pino Malandrino

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