Specchio delle mie brame

Il narcisismo universale e la generatività come via per uscirne

Quando ero bambino, all’asilo, una suora mi ha insegnato a leggere e a scrivere. Il mio cuore trabocca di gratitudine per l’impegno educativo profuso e, spesso, penso a tutti gli schiaffi che mi diede e quelle “tirate di orecchie” che furono senz’altro feconde per raggiungere l’obiettivo. Il primo giorno di scuola volle accompagnarmi personalmente dal dirigente scolastico. Mi fece “fare l’esame” e si vantò di come era stata brava nel suo insegnamento. Il narcisismo della suora fu per me benefico. Non tanto perché mi fece “saltare” la prima elementare, ma perché fu il mezzo attraverso il quale fui introdotto alla “lettura con senso”, alla “bella grafia” e soprattutto al “gusto della poesia” e della recitazione. Cose che restano nella vita e forgiano la personalità. Nel frattempo non c’era recita o musical nel quale io non fossi il “protagonista”. Così, la suora coltivava inconsapevolmente (e incolpevolmente) il mio personale narcisismo. Capitò – per grazia di Dio e non senza stare attaccato indefessamente alla sedia, grazie all’esempio di mio padre nel lavoro duro – che riuscivo brillantemente negli studi e mi posizionavo sempre tra i primi. 

“Primeggiare” mi veniva a un certo punto così spontaneo, in tutto: a calcio come a ping pong, nella musica come nell’apprendimento delle lingue straniere. Capitò anche che, da molti (specie da quelli che “non ce la facevano” in niente) venissi facilmente accusato di “narcisismo”. Ero un ragazzo ai cui “piaceva” primeggiare e, soprattutto, gareggiare con chi ritenevo fosse più bravo di me, a scuola, ma anche in campo spirituale. In seminario mi istruivano a “diventare cristiano” ed era piuttosto evidente che è impossibile seguire Gesù di Nazareth e il suo comandamento dell’amore, restando narcisista: quadrare il cerchio non è possibile, almeno nella vita di ogni giorno. Il narcisista è un ripiegato su di sé, è necessariamente egoista, perché fa prevalere l’attenzione al “me” (possessivo) del suo “io” (l’ego che trasforma tutto in una grande specchiera, perché dove si guarda deve essere specchiato sempre il suo volto). Da qui tutta una serie di esercizi spirituali e di ascolto di buoni consigli, ma anche di pratiche ascetiche per “vincere” il narcisismo e praticare il cristianesimo che -in qualunque forma lo si pensi- è, di fatto, un autotrascendimento di sé e una apertura all’altro; è un dimenticarsi di sé e un avere occhi per il dolore e la sofferenza di altri; è un fuggire dall’auto-ripiegamento per riconoscere di raggiungere la propria identità attraverso l’altro, cioè diventando “prossimo” di tutti secondo Gesù. 

In fondo, tutti quegli atti di autoipsazione (come dice la parola stessa che viene da “ipse” = se stesso + auto =ripiegamento su sé) erano (e sempre sono) legati al narcisismo. Non vince chi fugge (per citare una regola felice della morale antica), ma vince chi si dona, chi si apre, chi è capace di generare, cioè di mettere al mondo qualcosa che sia “altro da sé”. 

La generatività è la via obbligata per la vittoria sul narcisismo.

È vero per tutti, anche per Dio. Per aver approfondito a lungo il concetto di narcisismo, già al Liceo notavo venature narcisistiche in tutti, anche nella storia di Dio, specie quando leggevo e meditavo certe pagine dell’Antico Testamento e il modo con cui Dio “per farsi bello con Israele” mostrava la sua potenza contro gli avversari del popolo eletto, annientandoli senza pietà. Mi consolavo, leggendo il Vangelo e contemplando la Croce del Figlio di Dio che ormai comprendevo come l’unica via per sfuggire al narcisismo di chi si guarda allo specchio per contemplare quanto è bello. Nella Croce non c’è alcuna bellezza, ma solo ferocia cruda e dolore immane, poiché pende il Dio che è uomo e che conosce il soffrire e può compatire ogni atroce dolore del mondo. L’unica “grande bellezza” sta nel fatto che muore il Figlio di Dio per tutti, così mostrando un’altra gloria, quella dell’amore generativo, l’amore-agape che sa donare tutto all’altro, anche la vita nella morte. Muore il Figlio di Dio perché l’altro viva, altri risorgano dalla loro morte, anche i nemici. 

Straordinaria generatività di Gesù che, in questo modo, dona l’esempio e anche la grazia per essere generativi come lui e vincere il narcisismo universale, presente nel cuore di tutti i “figli di Adamo”. Già, da grande, poi, sono venuto a conoscenza che non ero solo io – insieme ad altri pochi – malato di narcisismo, ma veramente tutti lo erano (eccetto Maria di Nazareth, concepita senza peccato originale, secondo la nostra fede cattolica e, ovviamente l’umanità di Gesù che viene prima del peccato originale, secondo un sano cristocentrismo). 

Il narcisismo è universale, è “la stoffa dell’essere umano”, sostiene un autorevole intellettuale, Eugenio Scalfari, tanto stimato da papa Francesco. C’è da crederci per davvero. Il suo pensiero è condivisibile. C’è però una differenza: lui non sa perché è così, non accettando nessuna rivelazione. Noi sì: la natura umana è lapsa, cioè decaduta, rotta originariamente. Perciò Scalfari, forse, può e vuole convivere col suo narcisismo. I cristiani no, devono convertirsi, ponendo grande attenzione al “narcisismo fetente” che non è quello “tenero” del povero Narciso, ma quello “bestiale” dello specchio delle mie brame. Peccatori sì, corrotti mai, insiste papa Francesco. Il narcisismo fetente è frutto della corruzione e lo si vede perché vuole eliminare (letteralmente, uccidere) gli altri, considerati più bravi, più intelligenti, più belli, più generosi, più generativi. Lo “specchio delle mie brame” dice la verità: il più bello, la più bella del reame non sei tu, è Biancaneve. Buon cammino di conversione quaresimale a tutti.

di don Tonino, vescovo


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