Verso il primo governo “della terza repubblica” Meno ideologia, più buon senso

A meno di qualche colpo di scena, a giorni dovrebbe nascere il primo governo di questa diciottesima legislatura, presieduto, ancora una volta, da uno di quei tecnici, non votati dai cittadini e tanto vituperati proprio dai Cinque stelle e dalla Lega. Mercoledì scorso, 23 maggio, il Presidente Mattarella, ha conferito a Giuseppe Conte, Avvocato e professore universitario, l’incarico di formare il governo. Mattarella ha armonizzato sapientemente le prerogative che gli vengono dalla Costituzione – “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri” (art. 92) – con le condizioni politiche che si erano formate dopo un lungo periodo di trattative. Soltanto qualche ora prima della convocazione, la candidatura di Conte veniva data per “bruciata”  per via di talune incongruenze apparse nel suo curriculum. Un aspetto del tutto secondario, rispetto a quello centrale e più serio, consistente nel fatto che il Prof. Conte, candidato a coprire la carica di Premier, dovrà gestire un programma firmato da altri: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri – recita l’articolo 95 della Costituzione – dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”. Di che cosa deve rispondere chi raccoglie un programma fatto da altri? C’è da scommettere che questo aspetto sia stato ampiamente trattato dal Presidente della Repubblica nel colloquio riservato con il Presidente incaricato e che questi lo abbia adeguatamente recepito. Una certezza, insieme ad un auspicio. Dopo quasi tre mesi dal giorno delle elezioni del 4 marzo da ogni parte si avvertiva l’esigenza di porre la parola fine a questa lunga querelle: o dentro o fuori. Nei cittadini in generale e fra quelli che hanno votato Lega e 5S ci sono molte aspettative. Ora, dopo i tanti inconvenienti superati grazie alla saggezza del Presidente Mattarella, tutto è pronto per mettere in moto quel “governo di rottura”, pieno di incognite sul piano economico e su quello istituzionale, tanto sognato da Salvini e Di Maio. Un programma, peraltro, molto edulcorato rispetto alle intenzioni iniziali dei contraenti  – uscita dall’Europa, cancellazione di parte del debito, solo per citarne qualcuna – grazie ai ripetuti richiami del Presidente della Repubblica. Un programma che, a parere della maggior parte dei commentatori, schierati e non schierati, appare generico nelle premesse – nessun obiettivo è sufficientemente rappresentato negli effetti, come nei costi – e pericoloso nelle implicanze. Un programma nel quale, come è stato da più parti rilevato, c’è molta ideologia e poco buon senso. Senza dire che quello che viene presentato come il programma voluto da tutto il popolo, rispecchia soltanto la volontà di quel 50% degli elettori che hanno votato Lega e Cinque stelle. Un contratto, ancora, che somma  programmi diversi e opposti: i 5S, ad esempio, vogliono il reddito di cittadinanza, mentre la Lega punta sulla flat tax. Un programma, infine, che in barba all’elevato debito dell’Italia – diventato improvvisamente un dettaglio –  prevede un costo di oltre cento miliardi. È opinione diffusa, tuttavia, che una volta al Governo prevarranno gli obblighi istituzionali (che significa rispetto delle regole di bilancio, degli accordi europei, etc.) con buona pace per gli elettori che vedranno ridimensionate, se non annacquate, le promesse elettorali. “Salvini – ha osservato Cacciari, uno dei più acuti osservatori – non realizzerà niente di quello che ha promesso, cambieranno soltanto le narrazioni”. D’altra parte, un conto è il programma elettorale, un altro è il programma di governo. L’auspicio ora è che i vari attori possano essere presi da un sussulto di saggezza nell’esclusivo interesse del Paese. E le  prime parole pronunciate dal Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, suggeriscono un cauto ottimismo: “Mi accingo a difendere gli interessi di tutti gli italiani, dialogando con le istituzioni europee e internazionali, costruendo alleanze opportune e operando affinché la direzione di marcia tuteli e rifletti gli interessi nazionali”. Due ore di colloquio con Mattarella hanno prodotto i primi effetti.                                                                                 

di Pino Malandrino

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