In attesa dell’uomo della “provvidenza”

di Pino Malandrino

Si conclude un altro anno fra speranza, paura e rancore, secondo un’immagine del nostro Paese coniata dal Censis (Centro Studi investimenti sociali). E con lo scioglimento delle Camere, che molto probabilmente il Presidente Mattarella annuncerà nel messaggio di fine anno, si avvia a conclusione anche questa 17ᵃ legislatura iniziata nel marzo del 2013. Nata senza una maggioranza ben definita, la legislatura era destinata a concludersi anticipatamente. È riuscita, sorprendendo tutti, a rimanere in vita, fra alterne vicende, per tutti e cinque gli anni di durata. Miracolo della politica? Forse, anche se -apertasi in un contesto di forte conflittualità- la legislatura si conclude in un clima di esasperata litigiosità. Già nel messaggio dello scorso anno, Mattarella aveva messo in guardia “dal pericolo dell’odio come strumento politico”, affermando che “l’odio e la violenza verbale, quando vi penetrano, si propagano nella società, intossicandola”. Ed è stato veramente intossicato il clima politico che ci ha accompagnato per tutti questi cinque anni. Al punto da mettere in ombra anche quel poco di buono che, in una situazione di completa incertezza, si è operato. Da un governo di larghe intese – sostenuto da PD, F.I, PDL e con l’opposizione di Lega e Cinque Stelle – presieduto da Letta e durato nove mesi, si è passati al governo Renzi- durato mille giorni- nato a seguito dell’uscita di Forza Italia dalle larghe intese . L’ultimo tratto è stato affidato a Gentiloni che, continuando il programma dei governi precedenti, sta riscuotendo un ampio consenso. “Lasciamo un’Italia più stabile -ha dichiarato Gentiloni- un Paese più forte che, pur con tanti problemi aperti, ha superato la sua crisi più grave e che non deve disperdere gli sforzi fatti in comune”. Poche parole per rivendicare il lavoro fatto non solo dal suo governo e da quelli dei suoi predecessori – Letta e Renzi- ma anche dall’intero Paese . Almeno, se si interpreta in questo senso il suo auspicio di “non disperdere gli sforzi fatti in comune”. Al di là delle critiche mosse dagli avversari, compresi i dissidenti del PD, ci sono risultati, certificati da enti neutrali (Istat), che parlano di dati – prodotto interno lordo(PIL), occupazione,consumi, investimenti etc – presi all’inizio della legislatura con il segno negativo e lasciati oggi con il segno positivo. Ma anche sul fronte delle immigrazioni -uno dei nervi scoperti del nostro sistema- si registra un’inversione di tendenza: meno sbarchi e più aiuti ai paesi di provenienza degli immigrati. Con la prospettiva delle elezioni si fa sempre più stringente l’attività delle forze politiche per determinare il prossimo risultato elettorale. Quale sarà, ci si chiede da più parti, l’elemento che farà la differenza nella competizione che si terrà nella primavera del 2018? Il bilancio delle cose fatte dai vari governi oppure i programmi, peraltro tutti molto somiglianti, proposti dai vari partiti; o le alleanze che le varie forze riusciranno a mettere in campo? Oppure, a fare la differenza sarà il leader che le varie formazioni riusciranno a proporre? Tutto, dai programmi alle alleanze, è in cantiere. A destra, si litiga su quasi tutto – leader, immigrati, Europa – ma intanto ci si unisce per vincere. A sinistra si litiga su tante cose e ci si separa. Nei cinque stelle, di alleanze neppure a parlarne. Come per le elezioni in Sicilia, i pentastellati sentono già la vittoria in pugno e guardano tutti dall’alto in basso. Rimane l’ultima chance, il carisma del leader, l’uomo della provvidenza. Qui, più che lo spessore politico, conta l’immagine. Le destre tornano a puntare su Berlusconi che, alla sua veneranda età, continua a riscuotere consensi. È bastata la sua discesa in campo per risollevare le sorti del partito. Per i Cinque stelle l’investitura dall’alto si è posata su Di Maio, il quale è già entrato, più con la forma che con la sostanza, nel ruolo dello statista. Perfino le forze di sinistra si sono affrettate a costruire il loro leader: il Presidente del Senato, Grasso. Almeno per ora, Renzi ha fatto un passo indietro. E se fra i litiganti, come molti auspicano, spuntasse la figura dell’attuale Presidente del Consiglio, Gentiloni, apprezzato per la sua pacatezza e la capacità di dialogo? La partita è ancora tutta da giocare. Auguri!

Pino Malandrino

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