Avola. “San Sebastiano, un giovane esemplare“

Nell’anno del Sinodo dei giovani che si svolgerà ad ottobre, il Triduo di San Sebastiano nella Chiesa Madre di Avola è stata dedicato proprio ai giovani, proponendo loro come modello “un giovane esemplare, San Sebastiano. Don Paolo Catinello, con incisività e passione, ci ha dettato  le sue profonde e ricche riflessioni, presentandoci la fede di San Sebastiano come una fede giovane perché il Santo ha avuto la capacità di osare. E chi ama, è “capace di futuro”, di ascoltare e mettere in atto quella carica di desiderio che Dio ci ha donato e che ci portiamo dentro. Ci ha invitato a chiederci se noi abbiamo veramente questo desiderio di Dio.  Se vogliamo vivere l’unica vera festa, che è quella dell’incontro col Signore,  dobbiamo metterci in preghiera. Quanto tempo dedichiamo alla preghiera? Alla persona che amiamo dedichiamo forse solo pochi minuti? Oltre la preghiera, è importante l’ascolto.  A Dio, che gli appare in sogno dicendogli di chiedere quale dono voglia ricevere, il giovane re Salomone implora solo il dono di un cuore capace di ascolto. Dobbiamo predisporci a un ascolto profondo della Parola e della vita.  Non possiamo amare senza ascoltare, l’ascolto è la porta dell’accoglienza. Maria è stata la prima donna dell’ascolto. L’ascolto ci fa sapienti e la sapienza ci fa leggere gli eventi della vita con gli occhi della fede e ci fa mantenere aperti alle sorprese dello Spirito. Le Scritture ci mettono in rapporto vitale con Dio, con la sua volontà, con la sua misericordia, con il suo progetto di salvezza. Dobbiamo, ogni volta, chiederci: “Questa Parola cosa vuole da me? Che cosa posso fare io per seguirla? “La Chiesa deve essere saggia, ma anche profetica. La profezia, secondo Silvani Fausti, fa vedere che la destinazione dell’uomo è in cielo. Una Chiesa profetica s’interroga su come essere presenza di Dio e sa indicare una meta “metastorica”, che va oltre! Dobbiamo solo prendere piena consapevolezza di quanto siamo amati da Dio, quale motore muove le nostre scelte e le nostre relazioni. Noi facciamo fatica a relazionarci con i giovani  perché non siamo Chiesa in ascolto. Tre sono i nemici dell’ascolto: la fretta, la delega, la paura. Noi non abbiamo tempo per accompagnare i giovani, deleghiamo facilmente gli altri e abbiamo paura dei giovani perché percorrono strade alternative, creative, che noi non abbiamo tracciato. Dobbiamo, allora, convertirci, crescere in umanità, lavare i piedi ai giovani di oggi, con lo stile di don Tonino Bello, con discrezione, puntando all’essenziale, alla condivisione. Dobbiamo accettare che i giovani percorrano sentieri imprevedibili. Essi sono attratti dalla verità, dal Bello, da ciò che è vita e sa trasmettere Amore; sono attratti da Dio, dal Dio di Gesù Cristo; tocca a noi investire sulla fragilità dei loro sogni, senza pregiudizi, per essere testimoni autentici e credibili, come San Sebastiano. Nel secondo giorno del triduo, la riflessione di Don Paolo Catinello ha puntato col suo stile sobrio e coinvolgente su “Giovani e vocazione” Oggi si fatica a far conoscere ai giovani la vocazione eppure la comunità parrocchiale è l’utero delle vocazioni. Tre sono gli elementi fondamentali che fanno sbocciare una vocazione: la bellezza di Dio, l’humus, la tenerezza.  Nelle nostre relazioni mostriamo la bellezza di Dio? Egli ci ha salvato quando eravamo ancora peccatori, senza nessun nostro merito. La vocazione si nutre della bellezza di Dio. La bellezza salverà il mondo, come dice Dostoevskij, e noi cristiani siamo capaci di scorgere  la bellezza del Crocifisso, che è morto per noi?  E’ importante anche l’humus, dove può sbocciare una vocazione. Noi raccontiamo ai giovani come abbiamo incontrato il Signore? Raccontiamo il suo magnificat nella nostra esistenza? Raccontiamo come quest’incontro ci ha cambiato la vita e i valori?  Comunichiamo tutto ciò con gioia? Maria va da Elisabetta per condividere la gioia dell’incontro. Noi esprimiamo tenerezza? Due sono le cose da mettere in valigia: la Parola di Dio e la tenerezza, raccomanda don Tonino Bello. La vita si dà per amore e si sperimenta nella tenerezza. Vocazione è lasciarsi guardare da Dio , vedere le nostre vere potenzialità, dare risposta, avendo per guida il Vangelo, che ci permette di sperimentare come l’amore gratuito, il tempo donato, il prendersi cura sono cose che stupiscono e lasciano traccia indelebile. Nel terzo giorno di triduo, coincidente con la messa prefestiva dell’Ascensione, Don Paolo, col suo linguaggio accattivante, ha trattato il tema “Giovani e la scommessa della fede”. Che significa che Gesù sale in cielo? Il Signore se ne va e ci lascia soli?  Il tempo dell’Ascensione è il tempo della Chiesa adulta, capace di fare delle scelte grazie alla presenza della Spirito. “Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano” (Mc 16,20). Quindi non siamo lasciati soli, in balia delle nostre forze, c’è sempre un dono: lo Spirito Santo. L’utilizzo dei social network non ci rende più capaci di un contatto, un legame, uno sguardo, una visita. Dobbiamo scegliere l’etica del  “volto” e non quella del “volgo”, con la quale misuriamo la quantità. Sono le scelte feriali che ci dicono in quale Dio crediamo.  La salvezza passa per la misericordia; la comunità è il luogo, dove s’impara il perdono. In un mondo in cui tutto ha un prezzo, dobbiamo testimoniare l’amore del Padre che è del tutto gratuito e “sine modo”.  I giovani s’innamorano della logica della gratuità. Noi cristiani, allora, viviamo col Signore i “grovigli” che la vita, purtroppo non  lineare, ci presenta. Il nodo ci rende creativi; quando lo sciogliamo, ci ritroviamo trasfigurati. Un nemico delle nostre famiglie è la massima comodità. San Sebastiano, soldato e martire, ci insegna che per la nostra fedeltà a Cristo occorre essere disposti a tutto, a rinunciare a tutto. Egli subì impavido il martirio, lasciando ai cristiani di tutti i tempi l’esempio luminoso della sua vita, animata da limpida lealtà alle autorità civili, ma altresì dalla chiara affermazione del primato di Dio su tutti i valori terreni. Sul suo esempio testimoniamo la presenza viva del Signore, con la vita nuova che il Vangelo produce in noi.

di Enrica Munafò                                                                                                                                         

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