Tra buona politica e demagogia

C’è una linea di confine tra la buona politica e la demagogia? La seconda non ama la conoscenza della complessità, si nutre di slogan e, attraverso accattivanti semplificazioni, alimenta l’illusione che la soluzione dei problemi sia facile, a portata di mano, contrastata da fantomatici “poteri forti”, gruppi di pressione, complottisti di professione che ostacolano il bene del popolo. I demagoghi parlano in nome del popolo fino a identificarsi con esso, ne  proclamano l’indiscussa autorità, evitano di riconoscere la stratificazione sociale, il conflitto degli interessi, l’idea che la pluralità è un bene e non un male. Aspirano ai pieni poteri per realizzare la missione che il “popolo” ha loro affidato. C’è qualcosa di religioso  in tutto questo, di liturgico, di carismatico. Così il demagogo si autoproclama capitano, condottiero, liberatore. Varando quota 100, dopo aver votato coscientemente la legge Fornero, il demagogo ha finito per contraddirsi varando una legge che non gioverà certo alle casse dell’INPS e che lascerà alle giovani generazioni una gravosa eredità. Così il reddito di cittadinanza che non aiuta alla ripresa economica e rischia di alimentare il lavoro in nero. Il taglio dei parlamentari apparentemente è un risparmio per le casse dello Stato ma gli impiegati del Senato e della Camera godono di costosi pensionamenti e stipendi d’oro aumentati del 49% negli anni della crisi. Se sganciato da una riforma elettorale che mantenga le prerogative costituzionali dei parlamentari, il taglio può contribuire a rafforzare la funzione dei capetti che faranno a gara sul terreno della demagogia. 

Dire quello che il popolo vuole sentirsi dire, usare un linguaggio che fa eco ai luoghi comuni, trasforma il cittadino in pantofole con in mano il telecomando in un finto protagonista della politica nazionale. 

di Salvatore Vaccarella

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