Tutti i giovani del mondo sono di Gesù di Nazareth

Quali sarebbero le “ragioni della distanza” per cui i giovani si sono allontanati dalla Chiesa e non ritengono di doverci ritornare, perché la Chiesa (e rischiosamente anche la fede cristiana, qui non distinta dalla Chiesa) non è significativa per la loro esistenza, e spesso anche irritante e fastidiosa?

Il Documento del Sinodo dei vescovi sui giovani si impegna a rispondere a questo interrogativo elencando le “ragioni serie e rispettabili” nelle quali affonda la disaffezione e la lontananza dei giovani dalla Chiesa. Alla fine dell’elenco, leggibile al n. 53, si sottolinea la ragione decisiva e fondamentale, troppo spesso trascurata nel nostro tempo culturalmente “liquido e gassoso” (Z. Bauman): “la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società contemporanea”.

Questa “fatica a rendere ragione” è la confessata dimostrazione che, quanto al mondo giovanile, la questione più seria per la Chiesa è culturale, prima ancora di essere pastorale. La Chiesa italiana dopo il Convegno ecclesiale di Palermo si è sforzata di organizzare in un Progetto culturale orientato in senso cristiano, l’intuizione di fondo del Pontificato di San Giovanni Paolo II: una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta.

I giovani stanno male, senza pathos (o con passioni esangui), intristiti e disorientati nei loro sentimenti, confusi nei loro pensieri, senza prospettive o attese o credibili promesse di futuro. Questo disagio non è del singolo individuo, ma di tutti i giovani, perché – come ha ben sostenuto U. Galimberti- non ha una origine psicologica ma culturale. Questo filosofo presenta come via di uscita da questa condizione di crisi esistenziale giovanile quella di insegnare ai giovani l’arte del vivere dei Greci (“che consiste nel riconoscere le proprie capacità e nell’esplicitarle e vederle fiorire secondo misura”). Ormai ben introdotti nelle vie del consumo e del divertimento (che li consuma), per uscire dalla crisi, non servirebbero i rimedi elaborati dalla visione religiosa del mondo (perché Dio è veramente morto), né quelli della visione illuminista, perché non è la ragione a regolare sensatamente la loro vita, oramai eterodiretti dalla ragione strumentale che – garantendo il progresso tecnico con i tutti i suoi benefici- li ha omologati e resi quiescenti, inebetiti, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini.

Il progetto di una pop-Theology al servizio di una vasta intrapresa culturale per i giovani per innovare l’immaginario giovanile attraverso vere e nuove immaginazioni di Dio e del mondo, condivide l’analisi del filosofo, ma non il suo rimedio e il suo giudizio sull’incapacità della cultura religiosa e cristiana di offrire una via di uscita al non senso. Anche perché il teologo ha a disposizione una verità, per la fede ineludibile (che fonda il suo ottimismo): tutti i giovani del mondo sono di Cristo.

Se tutti i giovani del mondo sono di Cristo è perché tutti i giovani “sono” dentro il mistero di Cristo: è una posizione del loro essere, prima ancora della loro cultura. È questa una verità di fede che va teologicamente spiegata con ragione (logos). È importante, perché permette di capire che l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa cattolica, per esempio, non colloca nessun giovane “fuori” dall’orizzonte della salvezza di Cristo che la Chiesa annuncia.

Poiché tutti i giovani del mondo sono di Gesù di Nazareth, tutti saranno destinatari del suo annuncio di salvezza, di verità, di libertà. Dire “tutti” significa abitare la cultura, perché la cultura esprime l’universale dell’uomo che diventa più umano: cultura non è, infatti, scrivere libri e studiare all’università, ma piuttosto vivere dentro una visione del mondo, della realtà, degli altri, di Dio e secondo alcuni giudizi morali, estetici, etici. La fede che corrisponde alla Rivelazione di Dio in Gesù ha la pretesa di essere destinata a tutti – come ha detto Gesù bisogna “predicare sui tetti, il suo insegnamento” – allora non potrà mai essere un fatto privato. Pertanto, essa genera cultura nuova, nuovo ethos, mentre esige un “confronto culturale” con tutto ciò che si presenta sulla scena della convivenza civile come “proposta culturale”, come umanesimo. Nulla di ciò che è umano è, infatti, estraneo all’esperienza cristiana che, nel mondo variegato da tante visioni della vita, si annuncia come “la via umanizzante”, pienezza di umanità di tutti i giovani in Gesù, “eterno giovane tra i giovani” (V. Bertolone).

Se la questione è culturale, anzitutto, la cultura giovanile dovrebbe allora diventare l’emergenza pastorale cui dare priorità: il lavorio culturale diventa urgente nell’iniziativa pastorale, per l’impegno dei cattolici cristiani di “rendere le ragioni della speranza cristiana” (1Pt) nell’odierno universo giovanile. Difficile, anche solo iniziare a farlo, con la catechesi soltanto. Occorrerà una rinnovata intrapresa culturale che elevi e aggiorni il linguaggio e le modalità complessive della comunicazione della fede ai giovani di oggi. Questa “intrapresa culturale” sarà come l’avvio di una teologia popolare (=pop-Theology) indirizzata a tutti i giovani.

Il lavorio culturale della Chiesa nell’annunciare a tutti i giovani la “buona Novella” di Gesù è indispensabile soprattutto oggi. Questa intrapresa culturale corrisponderebbe all’aratura del terreno da parte del seminatore che si appresta a uscire per spandere il buon seme. Il seme buono, infatti, potrebbe non essere accolto da un terreno pieno di pietre o di sterpaglie o asfaltato. Perciò, al lavoro” Al lavoro per risorgere.

di don Tonino, vescovo

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